“… prova, prima di dirlo! Che ti costa…”“Quante volte?” mi chiedo.
Quante volte devo provare cose e situazioni prima di poter dire – di potermi sentir dire – prima di vedere certificata la riuscita? (Della vita, intendo: il suo compimento, il raggiungimento della perfezione ecc.).
Mi dicono: “Prova”. Implicitamente aggiungono: “Finché non provi non puoi sapere”, quindi “Finché non provi sei in errore”.
A parte le conseguenze ideologiche, culturali, politiche, umane di questa affermazione – conseguenze di portata globale: c’è il mondo intero, con tutte le sue generazioni, raccolto in assemblea, lì, attorno a quelle parole lasciate cadere (scagliate!) per abitudine: attende, sgomento, di vedere decisa la propria sorte: la comunicazione non è possibile, lo studio non serve, solo l’esperienza forgiatrice di schiere permette di conoscere ecc. e di fondersi in una compagnia di iniziati che condividono l’unico, antico linguaggio ecc. inciso in lettere di sangue sulle carni ecc. – a parte questa abissale cisterna di melma che si apre sotto i piedi in virtù di quelle parole magiche, si deve considerare che nel momento in cui mi si dice che sono in errore perché non ho mai provato, in quello stesso momento non si sta indicando esattamente che cosa fare per correggere una volta per tutte l’errore; si addita, al contrario, un cammino senza fine – la soluzione sarebbe percorrerlo.
“Fino a quando?” mi viene da chiedere; la risposta sarà invariabilmente: “Finché ne avrai le forze”, con le frequenti benevole precisazioni: “Abbi cura di accordare le tue mire alle forze su cui potrai contare” e “Impara ad apprezzare l’attuazione di quelle mire digradanti”.
Come dire: “Segui il ritmo del mondo che si spegne nel grigio, nell’indefinito” (si spegne, va detto, a partire dall’indecisa varietà che fin dall’origine ne affligge la superficie – un panorama ben misero).
(Non sarebbe neanche un problema, se solo ci fosse meno retorica soddisfatta, supponente, accusatrice disseminata a presidiare questa piccola cosa che è la vita. Disseminata, polverizzata, perché sono in tanti che le prestano la voce.)
Mollare gli ormeggi e lasciarsi andare, perseguendo come scopo l’accumulo di esperienze. Piegarsi al laissez faire, a un’indisciplina radicale – ma radicale perché là, fino alle radici, contaminandole, le esperienze sono scese, filtrando dalla superficie, dove per anni si sono accumulate come per caso, naturalmente.Non c’è una meta che non sia lo stesso processo di accumulo – raggiunta la quale si possa dire: “Fatto!”; controllare il grado del compimento; formulare un giudizio ecc. (soprattutto: prendere provvedimenti qualora il risultato non mi soddisfi). Niente di tutto questo: si prospetta, anzi, una vita non suscettibile di essere giudicata, credo incurabile (in caso di malattia). Una palla di neve che rotola dalla vetta raccogliendo altra neve per via, crescendo mentre si avvicina alla fine della corsa. (Rallentando, anche: questo è essenziale e contribuisce, pare, alla poeticità della situazione. Le esperienze che si stratificano offuscano/acuiscono la vista – la contraddizione è solo apparente: si parla di una sensibilità più attenta alle sfumature, velata dalla memoria, capace per questo di riconoscere le connessioni dello stimolo più che lo stimolo in sé. Che cosa significa? Che la rete di esperienze è tanto fitta e stretta che si autoalimenta, rendendo il singolo funzione dell’ambiente, un po’ come il vertice di una piramide che abbia per base i limiti del cosmo, per massa la sua massa, e si innalzi dall’esterno verso l’interno, fino a culminare nel centro del cosmo, ovunque. Bello avere dietro e sotto di sé tutto il mondo…) (O almeno credo, perché non ho esperienza di questa tendenza – o meglio: non l’ho mai consapevolmente assecondata, limitandomi a subirla nelle parentesi che dividono ogni risveglio dal corrispondente assopimento. E per fortuna che si dormicchia anche durante il giorno…)



















