domenica 12 luglio 2009

Prova…

“… prova, prima di dirlo! Che ti costa…”
“Quante volte?” mi chiedo.
Quante volte devo provare cose e situazioni prima di poter dire – di potermi sentir dire – prima di vedere certificata la riuscita? (Della vita, intendo: il suo compimento, il raggiungimento della perfezione ecc.).
Mi dicono: “Prova”. Implicitamente aggiungono: “Finché non provi non puoi sapere”, quindi “Finché non provi sei in errore”.
A parte le conseguenze ideologiche, culturali, politiche, umane di questa affermazione – conseguenze di portata globale: c’è il mondo intero, con tutte le sue generazioni, raccolto in assemblea, lì, attorno a quelle parole lasciate cadere (scagliate!) per abitudine: attende, sgomento, di vedere decisa la propria sorte: la comunicazione non è possibile, lo studio non serve, solo l’esperienza forgiatrice di schiere permette di conoscere ecc. e di fondersi in una compagnia di iniziati che condividono l’unico, antico linguaggio ecc. inciso in lettere di sangue sulle carni ecc. – a parte questa abissale cisterna di melma che si apre sotto i piedi in virtù di quelle parole magiche, si deve considerare che nel momento in cui mi si dice che sono in errore perché non ho mai provato, in quello stesso momento non si sta indicando esattamente che cosa fare per correggere una volta per tutte l’errore; si addita, al contrario, un cammino senza fine – la soluzione sarebbe percorrerlo.
“Fino a quando?” mi viene da chiedere; la risposta sarà invariabilmente: “Finché ne avrai le forze”, con le frequenti benevole precisazioni: “Abbi cura di accordare le tue mire alle forze su cui potrai contare” e “Impara ad apprezzare l’attuazione di quelle mire digradanti”.
Come dire: “Segui il ritmo del mondo che si spegne nel grigio, nell’indefinito” (si spegne, va detto, a partire dall’indecisa varietà che fin dall’origine ne affligge la superficie – un panorama ben misero).
(Non sarebbe neanche un problema, se solo ci fosse meno retorica soddisfatta, supponente, accusatrice disseminata a presidiare questa piccola cosa che è la vita. Disseminata, polverizzata, perché sono in tanti che le prestano la voce.)

Mollare gli ormeggi e lasciarsi andare, perseguendo come scopo l’accumulo di esperienze. Piegarsi al laissez faire, a un’indisciplina radicale – ma radicale perché là, fino alle radici, contaminandole, le esperienze sono scese, filtrando dalla superficie, dove per anni si sono accumulate come per caso, naturalmente.
Non c’è una meta che non sia lo stesso processo di accumulo – raggiunta la quale si possa dire: “Fatto!”; controllare il grado del compimento; formulare un giudizio ecc. (soprattutto: prendere provvedimenti qualora il risultato non mi soddisfi). Niente di tutto questo: si prospetta, anzi, una vita non suscettibile di essere giudicata, credo incurabile (in caso di malattia). Una palla di neve che rotola dalla vetta raccogliendo altra neve per via, crescendo mentre si avvicina alla fine della corsa. (Rallentando, anche: questo è essenziale e contribuisce, pare, alla poeticità della situazione. Le esperienze che si stratificano offuscano/acuiscono la vista – la contraddizione è solo apparente: si parla di una sensibilità più attenta alle sfumature, velata dalla memoria, capace per questo di riconoscere le connessioni dello stimolo più che lo stimolo in sé. Che cosa significa? Che la rete di esperienze è tanto fitta e stretta che si autoalimenta, rendendo il singolo funzione dell’ambiente, un po’ come il vertice di una piramide che abbia per base i limiti del cosmo, per massa la sua massa, e si innalzi dall’esterno verso l’interno, fino a culminare nel centro del cosmo, ovunque. Bello avere dietro e sotto di sé tutto il mondo…) (O almeno credo, perché non ho esperienza di questa tendenza – o meglio: non l’ho mai consapevolmente assecondata, limitandomi a subirla nelle parentesi che dividono ogni risveglio dal corrispondente assopimento. E per fortuna che si dormicchia anche durante il giorno…)

domenica 5 luglio 2009

Andare…

… a scuola di tradimento, questo vorrei fare. L’espressione è forte, ma la situazione circoscritta possiede una struttura semplice: la più semplice, mi viene da dire.
Si tratterebbe di rinnegare ogni appartenenza, ogni gruppo, ogni rapporto. Chiedermi: a chi, a che cosa mi rivolgerei nella somma emergenza? Dove si appoggiano le spalle e la schiena nel momento del pericolo? A che cosa tengo di più? Da dove so che non mi arriverà mai una minaccia – o che mi arriverà sempre un aiuto? Quello, quella cosa tradire, quel legame infrangere, demolire quel luogo. Quelle profondità profanare.
Perché? Non per un appello al paradosso o in omaggio alla provocazione, bensì perché quel legame è senza dubbio limitante in quanto inesplorato, inesplorato in quanto fondamentale – situato troppo indietro, troppo in profondità per essere raggiunto dalla luce della coscienza.
È il fondamento di ciò che si è, esclude l’alternativa radicale, consolida l’amore di sé, la stessa identità, mediante una sorta di contratto – di garanzia: l’altro, che sia persona o gruppo o ideale (o cosa, o luogo…) sorregge e àncora, estendendo il corpo, generando l’illusione di un corpo più ampio – di raggiungere quella grandezza che ricordiamo come potenza.
Oltretutto, sotto forma di talismano, feticcio, oggetto focale, concentra su di sé le emozioni – facendosi al tempo stesso strumento di conquista e preda eletta, sensibile organo predatorio, corpo – di nuovo – di cui impossessarsi e da proteggere: quando mani aliene lo toccano eccita all’azione, accende e tiene desto il risentimento, moltiplica le occasioni di dolore – per sé e per gli altri – spacciandole per garanzie di sicurezza.
Infine, sotto forma di amore fondamentale, distingue, individua, oppone, gerarchizza, obbliga a valutare – condanna a morte ecc. Traccia la linea di confine fra la faccia illuminata e quella oscura.

In concreto, che cosa auspico? Di aggredire il genere e l’orientamento sessuale, la nazionalità, la lingua e la cultura, la religione come fazione (a meno che non sia o diventi, essa stessa, nemica dell’identità), lo schieramento politico, le tradizioni, le abitudini, i tic verbali (nei comportamenti, di pensiero), le visioni consuete che hanno distorto e cristallizzato il mondo, trasformandolo nell’Approdo compiaciuto delle mille indulgenze. (Approdo sicuro, privato – difeso da alti frangiflutti, fortificazioni, colossi ecc. –, uno specchio d’acqua selvaggia, di cui si è imparato a conoscere le microscopiche tempeste.)

Ancora più in concreto? Distruggere la Gerusalemme interiore, fuoco di ogni fissazione, corpo nel quale si concentra ogni forza e capacità emotiva, col quale si trionfa e si soffre oltre l’umano.
Farla a pezzi e poi gettarli via – col rischio che le mie anime fragili corrano a cercare quei pezzi per venerarli (o raccoglierli e assemblarli come in un puzzle).
Triturarne i frammenti e disperdere le polveri per i quattro continenti o al fondo dei sette mari – il pericolo che stavolta si corre è che vie di pellegrini, meridiane e parallele, diano al mondo un sovrappiù di ordine; che esso stesso, il mondo, tutto quanto, coperto dalla santa polvere, diventi oggetto di culto e di appropriazione identitaria – che di fronte a ogni angolo mi inginocchi e predisponga difese per tenere lontani i miei simili.
Ultima chance, caricare le macerie, fino all’ultimo granello, su un razzo vettore e spedirle nello spazio profondo, nella speranza che i miei spiriti devoti si precipitino al loro inseguimento, in cerca di uno scrigno, una noce, un uovo in cui nascondere il cuore – in cerca della forza spietata che schianta i cuori nemici ecc.Tutto (?) questo nella personalissima e perniciosa convinzione che il fulcro, l’asse, il centro ecc. sono cose che appartengono a Dio e che quando Egli vorrà valorizzarle, rifondarle, legare definitivamente e visibilmente ad esse la realtà – come la ruota al mozzo mediante i raggi –, quando vorrà che ciò che sta in alto si rispecchi davvero in ciò che sta in basso, lo farà senza incontrare ostacoli, seguendo gli incastri o creandoli, senza traumi (senza urla – senza fastidi), senza cortei o messinscene, viali monumentali, piazze e cattedrali dove si incoronano i re e si giustiziano gli assassini ecc. Perché ammucchiare scampoli culturali per costruire un fantoccio con le Sue fattezze? Per che farne?
Lo scopo di questa manovra? Tornare a cogliere immagini chiare di me stesso e riacquistare il senso delle proporzioni.

sabato 27 giugno 2009

Attraverso la finestra…

… che non fa il suo dovere di schermo, sento urlare; dalla stanza in cui mi trovo mi sposto in un’altra, per allontanarmi dall’urlo – per allontanarmi dalle condizioni che mi permettono di udirlo – che mi costringono a udirlo.
Si vedono alcune persone studiare gli eventi eccezionali, scrutare le emergenze, credo mosse dall’impulso di porgere aiuto (o di porre al riparo se stesse e i propri cari, se il pericolo fosse tale da espandersi dal punto della sua prima manifestazione al resto del mondo, tutto attorno); altre persone – io fra queste – dilatano gli spazi fra sé e ogni evento inconsueto; ci teniamo distanti, immagino, dalle possibilità di turbamento; di sicuro, mi vedo frequentare poche persone, perché il rischio più grosso si corre con le persone, certo non con le cose, considerate la docilità di queste ultime e l’imprevedibilità di cui le prime danno prova. La tendenza, in ogni caso, è a rarefare i contatti, a evitare quelli che si stabiliscono in contesti nei quali potrebbe svilupparsi un evento eccezionale (tragico: l’urlo di cui sopra). Perché?
Perché il gioco non vale la candela, perché non vale la pena.
Gli altri sono un rischio – sarebbe elegante dire: un’occasione, un’opportunità – ma di che cosa, per che cosa?
Il premio in palio è un giro di valzer. (Mi spiego: non è una gara di danza con un premio che dia senso a queste forche caudine – no: è la danza stessa a essere il premio!) In agguato ci sono l’inciampo e la caduta – nell’immaginazione, che proietta anche le ultime conseguenze, l’esito è lo scontro sanguinoso fra i corpi – o del corpo contro l’ostacolo: scoprire rotta la gamba, assistere all’esposizione di una frattura, respirare nonostante le costole fracassate ecc. E l’urlo, ça va sans dire.
Si racconta (i vecchi raccontano, attorno al fuoco, immagino) che lo scopo, dietro il paravento della danza, forse al suo centro, sia la crescita, la realizzazione ecc. – insomma: un qualcosa che si potrebbe descrivere facendo uso di immagini ed espressioni di pienezza, completezza, sfericità, conclusione ecc. Una specie di confetto ripieno del liquore o della crema più squisiti.
Una meta per raggiungere la quale varrebbe la pena correre qualche rischio. Mi domando: rispetto a quale parametro, di fronte a quale giudice? Voglio dire: abbiamo solo immagini ed espressioni proverbiali, tramandate ecc. che attestano l’esistenza di quel confetto. Ah be’: anche la vita del nostro prossimo, nella sua normalità, nella pacatezza che vi scorgiamo da lontano, attesta quell’esistenza.
Non mi pare che in questo caso la vita prospettata sia molto diversa da quella sconvolta dalle varie istruzioni religiose: lì, almeno, in quel contesto, si fanno scintillare sotto gli occhi un premio di valore assoluto (altro che confetto) e la garanzia del sommo giudice. Ma qui? Per che cosa dovremmo sputare sangue e imparare a giudicare “benefici salassi” quegli episodi – quei probabili episodi emottisici? Per avere in cambio confidenze e pettegolezzi, da preferire a una sentenza motivata? (Per meglio dire: «sostituiti a una sentenza ecc.», perché, quella, non c’è modo di ottenerla.) (Vorrei denunciare il mio prossimo per denegata giustizia.)
Se presto ascolto all’urlo che giunge attraverso la finestra, l’esito di tutta la trafila (un procedimento in senso stretto) può essere la salvezza di una vita o la conoscenza ravvicinata di una morte (la partecipazione a ecc.); se presto ascolto al flusso di chiacchiere che attraversano quella stessa finestra, mi inserisco in un contesto poco serrato, senza disciplina: gli esiti prevedibili sono sfuggenti, di incerto valore, il contesto è inadatto a fare fronte alle emergenze, che dall’alto della loro eccellenza spiccano in un panorama di foschie – in una valle deserta, idoli levigati dagli elementi, disertati dai riti, pericolosi solo quando crollino sulla testa dello sventurato viaggiatore – puri fatti. Perché in fondo le emergenze sono soltanto manifestazioni estreme della normalità (così come, forse, l’amore è una forma estrema dell’abitudine?); al di là della finestra, quando sollevo gli occhi (sospirando, allarmato, per cercare sollievo ecc.) incontro sempre il solito panorama.

domenica 21 giugno 2009

Non so…

… da dove partire per dare forma alla volgarità.
Forse, dalla focalizzazione su di sé e su un oggetto, dal desiderio; per poi passare alla messa in scena di questo desiderio, quando si cerca un pubblico che lo puntelli, lo sostenga, lo convalidi innalzandolo su un basamento (spesso una o più cassette di legno rovesciate), perché diventi pretesa – elemento di una sceneggiata, prevedibilmente scomposta; infine, la pretesa viene istituzionalizzata e se ne fa uno strumento grazie al quale costruire il bene comune: diventa un diritto – insomma, si cerca di ottenere la convalida della società attraverso un suo rappresentante ufficiale che certifichi in suo nome ecc.
Mi paiono questi i gradi di un’affermazione di sé sempre più spudorata.

Come uscirne? È forte la tentazione di aguzzare l’ingegno e colpire con esso al cuore il problema, pugnalando l’io… Ma forse è meglio lavorare di lima, smussare i denti della ruota, perché ogni tanto il pignone sfugga alla corona (e subito il benintenzionato di turno si affretti a ricollocarlo al suo posto).
(Si potrebbe anche pensare a un lavorio quotidiano vòlto a provocare una sublussazione della mandibola del moloch ecc., in vista dell’arresto, momentaneo, della sua masticazione; ma è più onesto parlare di un processo che si svolge per conto suo, a partire da incidenti quasi dimenticati, difetti larvali, senza non dirò zelo, ma neanche intenzione.)

giovedì 18 giugno 2009

Gli eventi…

… ai quali prendo parte si risolvono in chiodi piantati in un legno marcio; oltretutto, il martello è brandito da una mano indecisa, gli occhi che lo guidano sono disattenti:¹ i colpi, invece che sulla testa del chiodo, calano spesso sull’asse, ferendola attorno al punto di penetrazione. Quest’ultimo, anzi, si spoglia di ogni rilevanza a paragone dello sfacelo disseminato nell’area grossolanamente circolare dove il martello torna a picchiare.
(Ecco, proprio quell’area chiamerei “mia personalità”, perché c’è un che di superbo nel seguire le proprie tracce considerando i chiodi piantati, il loro disegno, che può essere ricostruito – unendo i punti! – ecc. Meglio pensare all’area scolpita da colpi casuali ecc.)

Mi immagino, dunque, tre strade quotidiane di liberazione da questo processo di tatuaggio puntiglioso (più che coattivo) dell’identità:

1. rarefare i gesti, restando a cauta distanza dalla riva, al limite compiendo un passo indietro – che allontani dalla linea che divide chi sta dentro da chi sta fuori – tanto per non passare da volontari, visto che si sarà afferrati lo stesso, in un modo o nell’altro;
2. compiere gesti disfunzionali: incapaci di combinarsi con i gesti altrui² – in modo da impedire che il peso dei marchingegni che questi e quelli vanno a comporre gravi su di me – in modo da non avvertirne il peso;

3. compiere gesti abitudinari, che mi appaiono meno impegnativi, meno pesanti, unicamente perché mi sono meno visibili ecc. – perché logorati dalla ripetizione ecc. Credo che questa sia la strategia meno ardua da perseguire.

Lo scopo, in ogni caso, dovrebbe consistere nel progresso verso lo zero assoluto. Contemplato, considerato, ovviamente, nel perimetro di un’opportuna cornice, e non vissuto. (Forse allude a questo la sua irraggiungibilità.)

1. A chi appartiene la mano, a chi gli occhi? Alla natura, ai singoli altri, all’insieme delle loro azioni (con le leggi che le dominano); ma anche a me, credo.
2. Immagino la disfunzionalità come la condizione di colui o di quella cosa che non si inserisce
come se nulla fosse nel processo usuale di produzione, ma che al tempo stesso non lo ostacola intenzionalmente. Una riserva interiore. Il rifiuto dell’armonia, delle cose riuscite senza sforzo. Nei fatti, un esercizio di imperfezione, che verrebbe spontaneo identificare con la condizione naturale degli esseri umani. Non si tratta di ascesi, luddismo, martirio ecc., bensì di restare sempre 20-30 centimetri sulla destra o sulla sinistra rispetto al punto dove la presenza è prevista, desiderata, attesa, prescritta ecc. Poi spostarsi, quando sopraggiunge l’ovvia richiesta di correzione – e farlo velocemente, senza lasciare che la richiesta evolva in rimprovero, senza neppure permetterle di caricarsi di insofferenza. L’importante è che resti l’impressione di una distrazione atomica, dell’ombra di un disinteresse – ma un’ombra radicale, seminale, che era oscuramente lì prima di tutto il resto. Insomma, nient’altro che un vezzo – che immagino richieda disciplina.

venerdì 5 giugno 2009

Potrei imbattermi…


… in una pessima imitazione di Cioran e di Siddhārtha Gautama. Non sarebbe difficile, stanti l’eccesso di tempo libero che abbiamo a disposizione e l’indisciplina che ne regola la gestione.

Ogni giorno perdoniamo noi stessi: l’accettazione della fragilitಠsi mescola a quella dell’errore, della nostra debolezza: accettare la pratica quotidiana dell’inganno, della violenza ecc., letti come segno di fallibilità, umanità, imperfezione, condizione creaturale ecc. Si impara ad accarezzare il limite, quale zona in perpetuo ferita e rigenerata: ipersensibile in virtù di questa tortura, come se fosse il culmine dell’umano – invece di cauterizzarlo una volta per tutte;
il perdono che ci ostiniamo a concedere a noi stessi si estende alla realtà, della quale sentiamo (ma non ammettiamo) di essere le sentinelle avanzate, gli emissari: l’esperienza quotidiana dei nostri limiti ci insegna a essere indulgenti con i limiti del mondo, con la sua incapacità di esserci alleato, con l’insistenza con la quale ci tortura. In uno slancio surreale di buona volontà, perdoniamo un mostro che agisce attraverso terremoti, uragani, epidemie; malattia, vecchiaia, morte;
diventa abitudine lo sguardo benevolo da rivolgere alla realtà – dalla contemplazione di un paesaggio sereno o di uno spettacolo naturale terrificante allo sguardo amorevole posato sul cucciolo, all’apprezzamento dell’esperienza donataci da un’ora casuale di conversazione col nostro prossimo (la sottomissione del debole di fronte al potente si accompagna alla poetica delle povere cose);
la condotta meschina della realtà si specifica nei suoi gesti (calamità naturali) e nel suo volto (superficie scabra del mondo) e cagiona, diversamente dalle nostre negligenze microscopiche, una sofferenza sconfinata; il complesso formato da noi stessi e dalla natura ci permette un’istruttiva assiduità col male in tutti i suoi gradi.
Il segreto sta, dunque, nel darsi per scontati, per acquisiti, nel considerarsi dati di fatto, quindi meritevoli di tutela, addirittura di imitazione; il passo successivo consiste nel volgersi con identico atteggiamento alla realtà, alla sua fragilità violenta: accettandola come è, giustificandola, imitandola, perpetuandola. Abituarsi a ciò che è agevole, comodo, prossimo, a portata di mano – quindi necessario, quindi buono.³
[…]
Dal legame di fratellanza fra noi e la realtà siamo soliti trarre parallelismi confortanti fra il nostro orrore e il suo:
1. gerarchia – vale a dire la condivisione di una struttura organizzata secondo il principio del dominio del singolo prescelto, attraverso gradi di specificazione/affinamento, sulla massa indistinta: complessità crescente degli organismi, piramide alimentare, forma delle montagne ecc. – quel che è peggio è che preleviamo questo schema dal mondo, lo applichiamo a noi come singoli e come gruppi, lo usiamo per interpretare e riorganizzare la realtà ecc. – in una sorta di abbraccio incestuoso;
2. segreto – al fondo della realtà, i segreti dei microrganismi, dei virus, dell’atomo e delle particelle subatomiche e oltre; in noi, la proprietà privata, le mura della famiglia, la casa in cui ci rintaniamo, la privacy, l’intimità, la coscienza con cui intrattenere un sommesso dialogo… – spazi selvaggi, di arbitrio – di originalità non motivata – vale a dire: di disprezzo per gli altri; di eccezione e non di regola; spazi in cui si consuma l’olocausto della responsabilità – e dell’oltre, della trascendenza. Nella mimesi peggiore della realtà, lo Stato, gli arcana imperii, il segreto di Stato, il volto inconfessabile della vita associata: ciò che deve – come se fosse all’opera una legge della fisica – deve essere fatto in segreto perché le cose in pubblico continuino a funzionare – perché la superficie continui a distendersi come una benda sopra la ferita cancrenosa, per occultarla senza guarirla;
[…]

2. La pietà e il rispetto per gli anziani sono, mi pare, la migliore concretizzazione della tendenza del mondo a essere indulgente con se stesso, a tollerare l’abbandono nel quale si concede di sprofondare: indistinzione, incompiutezza, scarso vigore ecc.
3. La coppia realismo/cinismo, la passione per la realtà, non sono l’effetto di una fantasia debole, incapace di immaginare alternative; o di un carattere che si impaurisce di fronte alla forza del mondo; o di una necessaria mala fede figlia dei vantaggi tratti da un certo stato della realtà; ma neanche di una visione chiara, adulta, fissa sull’oggetto e aliena da fantasie velleitarie – come vuole rappresentarsi. Ben diversamente, quell’amore per la realtà discende da un amore infinito per se stessi, per la realtà in noi: negare il mondo significa negare in primo luogo se stessi.
4. Con la scusa dell’indagine, dello sguardo ravvicinato che fruga e simula attenzione per il particolare, si cerca il segreto che permetterebbe, una volta scoperto, di prescindere da quel particolare, dalla fatica della sua considerazione.

Tuttavia, al di là dell’opportuna condanna di errori fattuali, non sequitur, derive generalizzanti ecc., troverei conforto nel leggere una denuncia di quella debolezza che sento essere il motore immobile (rumore, tumore immobile?) del mondo – e di me stesso, soprattutto. L’espressione «fragilità violenta», in particolare, mi parrebbe un’esatta descrizione dello stato in cui x si trova (x chi? chi può trovarsi, in genere): bambino che non cresce, cucciolo di specie canina o felina i cui geni siano stati alterati perché si conservino i tratti infantili, coniugati alla solita, infinita intenzione famelica, all’inesperienza che diventa perversione. Orrore. Consapevolezza dell’errore, persistenza in esso, suo innalzamento a regola. In tutta innocenza.

lunedì 11 maggio 2009

Mi piacerebbe…

imbattermi, un giorno, in un libro che iniziasse con queste parole:

Vi è stata fornita questa occasione di studio, lavoro e crescita. A voi come a tutti gli altri è stato concesso il privilegio di frequentare questo luogo, di trascorrere qua il tempo sufficiente per non conseguire alcuno scopo particolare – allo stesso modo, per non fallirne nessuno.
Non dovete certo essere grati a qualcuno per questa che ho chiamata occasione e privilegio, ma che meriterebbe il nome di situazione, circostanza, connessione di fatti particolari governati, si dice, da una norma generale. Quale sia questa norma dubito che lo scoprirete, al termine della vostra permanenza in questo nostro luogo o nel corso di essa, perché non c’è nessuno al quale potrete chiedere spiegazioni o suggerimenti; non ci sono indizi univoci da raccogliere né regole alla luce delle quali interpretarli. In effetti, le circostanze sono a tal punto avverse alla comprensione e all’orientamento che è difficile formulare giudizi su alcunché.

Di una cosa non avvertirete la mancanza: dei fatti. Di questi ce ne sono molti e solo una sensibilità poco addestrata potrà testimoniarvi della loro penuria. Il difetto, in questo caso, sarà unicamente vostro.
Anche di regole – quelle regole che disciplinerebbero la produzione dei fatti, la loro interpretazione, i vostri atti – ne sono state e vengono ipotizzate in gran numero, ogni giorno che passa. Alcune godono di maggiore autorevolezza: in generale, per la loro semplicità; nello specifico, agli occhi di qualcuno, per il fatto di essere funzionali agli interessi di chi lo domina; o ai propri interessi, nel caso che si inganni con le sue mani.
Questo tanto per non farvi credere che vi abbia appena svelato un segreto.
Lo crederete, tuttavia, più volte, nel corso della vostra permanenza in questo nostro luogo. Crederete di averne scoperti: segreti dentro segreti, ciascuno che perfeziona quello che lo precede, in una lenta ma tesa approssimazione al segreto supremo; oppure nella quiete ripetitiva del processo di svelamento, che vi sentirete di padroneggiare.
Sarete soddisfatti, in tal caso, e scoprirete fatti organizzati a vostro favore o contro di voi. In caso contrario, quegli stessi fatti vi si sgretoleranno attorno.

Mi è toccato l’ingrato compito di accogliervi in questo nostro luogo e in questo tempo. Dico «ingrato» perché mi sento in imbarazzo mentre su di me convergono le vostre domande potenziali e le vostre aspettative, queste sì reali, destinate le une e le altre a passarmi attraverso come se fossi un filo di fumo. In imbarazzo a causa di questa vostra impudica speranza, in primo luogo – e mi piacerebbe in unico luogo. Ma in imbarazzo anche per la mia inadeguatezza rispetto allo scopo, rispetto alle speranze che riponete in me: per il fatto che sono qui, di fronte a voi, evidentemente scelto da chi detiene l’autorità, al fine di offrirvi un consiglio, un indirizzo (forse quella regola di cui vi ho già detto).
Mi dovrebbe essere lecito prendermi gioco di voi, quanto meno nel mio intimo, senza sentirmi in colpa: per le vostre illusioni smodate, per la smisuratezza della vostra speranza… Un vostro errore, un vostro difetto. Tuttavia è un fatto che dopo tanti anni sono ancora qui a vergognarmi di me – anche di me, non soltanto di voi.
Io, che dovrei accogliervi e illustrarvi in poche parole l’insensatezza della vostra permanenza in questo nostro luogo, mi vergogno di non sapervene spiegare il senso; di non averlo scoperto; prima ancora: di non averlo neppure cercato; e soprattutto: di non aver mai provato reale interesse per questo grande segreto.
Tuttavia, oggi, per l’ennesima volta, voglio provare a passare in rassegna insieme a voi una serie di domande che, credo, compendiano l’aspirazione al chiarimento di quella regola – la tensione conoscitiva che inquieta molti di noi, in questo nostro luogo e in questo tempo.
Confido nella vostra indulgenza mentre scendo in mezzo ai tavoli, ai banchi, alle panche, alle sedie da voi occupate, senza pretese ipocrite di fratellanza; conscio, anzi…

Una sorta di prolusione, discorso inaugurale o di benvenuto – quanto di più centrato sulla figura di chi parla, sulla sua voce, sguardo, esperienze ecc. Quanto di più focalizzante, con i tanti sguardi degli ascoltatori che convergono su chi parla ecc. – e gerarchico.
Tuttavia, il libro che si apre con questo incipit me lo immagino senza autore: la copertina sporcata dal solo titolo (e, in basso, dal nome della casa editrice) – perché l’autore non è mai esistito oppure il suo nome è stato dimenticato; o forse l’autore si è accuratamente nascosto ed è riuscito a ottenere, sulla copertina e sul frontespizio, quel vuoto; oppure, forse, perché di quel nome non è prevista la presenza. (Questo tanto per cacciare ogni germe di gerarchia, di ordine e organizzazione didascalica dei rapporti ecc. fin dalla primissima pagina.)
Ma è meglio pensarlo assente, l’autore: morto, fuggito, scomparso senza lasciare traccia subito dopo aver consegnato il testo. Su quest’ultimo si darà pena un redattore ligio al dovere; la sua accoglienza sarà gestita da un critico dall’intelletto sottile. Tuttavia, presupporrei anche l’assenza del lettore – non ci sarebbe accoglienza, dunque. Resterebbero unicamente coloro che fanno da tramite, professionalmente, fra due entità scomparse – entità che, quando esistono, intrattengono col testo un rapporto vitale, immediato – un approccio triviale in cui il distacco è abolito.
(Si può immaginare un’analoga perversione della vita? La mancanza dei viventi, insomma; e la presenza, assidua e disinteressata, di giudici, assistenti sociali, guardie. Una vita ridotta a libretto di istruzioni, senza che niente sia montato; a cura, senza malattia; a codice penale in un mondo in cui i contatti sociali si siano esauriti e con essi sia scomparsa quella loro quota che chiamiamo “reati”. Una cura assoluta – che poi sarebbe un’istituzione di cura. Un intero sistema, conoscitivo e organizzativo, sistema di saperi ordinati e progredienti, di risorse ben disposte in vista del raggiungimento di uno scopo, il tutto calato nel vuoto più spinto… Una situazione rassicurante: ogni emergenza potrebbe essere affrontata e risolta. Ancora più rassicuranti sarebbero l’assenza della precondizione di ogni emergenza, vale a dire la normalità; e il fatto che in questo contesto gli esseri umani comparirebbero unicamente come assistenti e mai come assistiti: un mondo di accortezza, senza errori da correggere.)
(La platea alla quale si rivolgerebbe l’oratore dell’incipit me la immagino, ovviamente, vuota.)